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Chiara Cainero si racconta

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Piove a dirotto, a Pechino, quando Chiara Cainero si presenta in pedana per affrontare lo spareggio che la vede contrapposta alla tedesca Brinker e alla statunitense Rodhe per conquistare l’oro olimpico nel tiro a volo, specialità skeet. Un momento topico, un vero scontro finale tra le migliori specialiste della disciplina. La 30enne di Udine ha un proposito nel cassetto, quello di emulare il suo amico e collega Andrea Benelli, trionfatore di Atene 2004. Si tratta di coronare un sogno e non vuole fallire. Ha iniziato la gara in testa, ma è stata raggiunta dalle due quotate avversarie. Quegli ultimi piattelli possono fare la differenza tra la delusione e la gioia. “Adesso devo romperli”, confesserà di essersi detta Chiara un attimo prima di imbracciare il fucile.

Lo skeet non è specialità per tipi indecisi, senza nervi a prova di bomba. Si varia la posizione continuamente e i bersagli cambiano angolo di traiettoria. Ci vuole sangue freddo. Specie quando le antagoniste si rivelano precise, inesorabili. Occorre non cedere. La lotta è serrata tra lei, l’americana e la tedesca. Ci sono due “doppie” da affrontare. Le avversarie sbagliano un colpo ciascuna. Chiara spara con precisione estrema: due colpi, due centri. La gioia esplode, intensa, irrefrenabile. L’oro è suo. Corre, sotto la pioggia, verso suo marito e i suoi genitori. L’apoteosi travolge lei, i suoi cari e i fans al seguito, più degli amici che dei tifosi: è campionessa olimpica e scoppia a piangere. Un pianto commosso, forse consolatorio, dopo la tensione e la paura di vedersi sfuggire il titolo accarezzato così da vicino.

E' stato l’epilogo della passione di una vita. Ricorda bene quel momento, Chiara? Cosa pensava. Cosa provava? "L’Olimpiade è sempre un sogno, un momento impagabile, e riuscire a vincerla è una emozione indescrivibile. Io, tra l’altro, ci sono riuscita sul filo del rasoio, contro delle avversarie che avevano molti più titoli di me. Certo, avevo vinto in Coppa del modo, ma loro avevano un palmares molto più altisonante del mio. Anche per questo l’emozione e la soddisfazione sono state particolari".

Mira infallibile, occhio di falco, concentrazione: quali sono le caratteristiche che deve avere un buon tiratore? "Credo che alla base di tutto ci debba essere una grande passione. Fondamentalmente serve costanza, voglia di non accontentarsi mai. E, obiettivamente, ciò è la conseguenza anche del fatto di essere di fronte ad uno sport che richiede inizialmente un notevole esborso economico. Il tiro è una disciplina che costa, e senza una buona dose di passione si finisce col mollare".

A noi profani viene da pensare che una delle doti principali debba essere il sangue freddo? "Sì, è importantissimo, ma si può acquisirlo con l’esperienza e l’allenamento. Pur considerando che ci sono i talenti naturali che a 16-19 anni sono capaci di grandi imprese. Anche nel nostro sport, insomma, possono nascere i Maradona di turno".

Cosa significa per una ragazza di 30 anni vincere un oro ai giochi olimpici? Cambia la vita? "No, no. Non cambia nulla, ripaga soltanto dei sacrifici. Poi bisogna ripartire da zero, con la consapevolezza che ora, probabilmente, sarà più difficile di prima".

Ma in termini di notorietà qualcosa sarà pur cambiato. "Capita che a volte mi fermino per strada, specie i bambini. In quel caso cerco di mandare, per quanto mi è possibile, qualche messaggio positivo. Di spendere delle parole che servano ad invogliare i più giovani a praticare questo sport. Confesso, però, che a volte mi imbarazza tantissimo. Mi chiedo come facciano i calciatori che vengono fermati dai fans ogni due minuti a destreggiarsi".

Cosa le ha fatto più piacere o ricorda volentieri dell’avventura cinese? "La nostra squadra è dovuta stare a Singapore per allenarsi, perché a Pechino ci avevano negato la possibilità di farlo. Probabilmente, lo stare lì, lontano dal villaggio olimpico, ha avuto importanza ai fini del mio risultato. Ma devo dire che quando, il giorno prima delle gare, sono arrivata al villaggio è stato davvero impressionante: c’era tutto il mondo. Ricordo la mia grande emozione nell’entrare in quella grande struttura. E poi, ovviamente, la vittoria, la premiazione, con la bandiera tricolore che si alzava e l’inno nazionale. Ma c’è anche un altro momento che mi è rimasto scolpito nella mente. Il giorno dopo sono tornata sul campo di gara, a prendere delle cose che vi avevo lasciato, e mi sono ritrovata davanti a quel prato verde, da sola, a ripensare a quei momenti, a quelle emozioni del giorno precedente. Mi chiedevo se fosse successo davvero proprio a me, tutto quello che ricordavo, o se fosse stato tutto un sogno. Un sogno da cui mi potevo svegliare".

Quanto contano per lei la fama e i soldi? Ho l'impressione di sapere già la risposta. "Immagino dove vuole arrivare e le dirò subito che non mi sento assolutamente di criticare chi sceglie di andare in tv. C’è chi lo fa con criterio ed allora non ci trovo nulla di strano. A volte sono i giornalisti che scrivono presentando le cose in un certo modo. Ma il pugile Clemente Russo, per esempio, è andato a La Talpa riuscendo a dare certi messaggi positivi ai giovani. Mentre una come la fiorettista Margherita Granbassi, sta inseguendo il suo desiderio di diventare una giornalista. Mi sembrano cose legittime. Del resto la vittoria olimpica, con i premi tutt’altro che faraonici conseguenti, non cambia la vita, ed è ovvio che uno cerchi di sfruttare le occasioni favorevoli".

Lei comunque ha compiuto un gesto molto bello dividendo il premio con tutti gli otto componenti della squadra azzurra di tiro a volo. "L’ho fatto volentieri, ma è una cosa che avevamo concordato prima della partenza. Tra noi c’è l’accordo che i premi che vengono conquistati in una Olimpiade si mettono insieme e, dopo aver diviso l’ammontare per due, la metà si spartisce tra tutti i componenti della squadra. L’abbiamo fatto anche nella scorsa Olimpiade. Io non volevo nemmeno parlarne, ma i giornalisti insistevano, mi chiedevano cosa ne avrei fatto dei soldi. Così ho dato un breve sguardo a mio marito ed ho spiegato la questione della divisione del premio. Ma è da Sydney che noi tiratori ci comportiamo così: serve a creare spirito di gruppo. A me resta soprattutto la medaglia ed è ciò che conta".

Una laurea in Relazioni Pubbliche: dicono abbia mollato il lavoro per il suo sport. Ha mai temuto di aver fatto male? "Ho rischiato ed è andata bene. Nel 2002 mi sono detta che valeva la pena di provare, poi ho fatto le Olimpiadi del 2004, mi sono sposata, sono entrata nel Corpo forestale dello Stato – che mi consente di stare in distacco per allenarmi - ed è arrivata la medaglia di Pechino 2008. Certe volte ho temuto, ma è andata bene”.

Dicono sia una fan di Ligabue. "Sì, mi piace sentire la sua musica prima di gareggiare. E, a questo proposito, Liga è stato molto carino. Dopo l’oro, ha letto di questa mia abitudine e mi ha voluto conoscere. Mi ha invitata, insieme a mio marito ed ai miei genitori, al suo bellissimo concerto all’Arena di Verona (dove il rocker di Correggio si è esibito accompagnato dai settanta elementi della Filarmonica di Verona ndr), e ci ha voluti nel suo camerino. Una emozione indescrivibile".

Ed ora, cosa ha in progetto? "Ora voglio continuare, Londra non è lontana".

Continuare soltanto o vincere un’altra medaglia? "Mi basterebbe partecipare ancora, qualificarmi. Poi, una volta lì, certo vorrei provarci. Ormai sono nel club di quelle che hanno il dovere di tentare ancora. Ma, davvero, mi basterebbe anche esserci e basta".

Insomma, non vuole smentire la fama di “antidiva” che si è guadagnata. Nel senso che ha conquistato l’etichetta di persona seria, ponderata, senza tanti grilli per la testa. Ma dica la verità: la tv non la intriga almeno un poco? "Per adesso penso a fare l’atleta, per ora voglio quello. La tv può anche fare a meno di me".

E in futuro, cosa si augura? "Mi auguro di continuare a sparare, sempre. Poi ho in programma di ingrandire la famiglia e, magari, avere l’occasione di insegnare lo sport ai ragazzi. Questo vorrei dal futuro".

 

fonte: sport.tiscali.it



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